Glenn Gould. Tensione mistica

Glenn Gould: anatomia di un genio

Posted by Lorenzo Cellitti

Intelligente, colto, riservato fino all’estremo, indisponente, eccentrico, dotato di una memoria prodigiosa, misantropo fino a sfiorare l’ascetismo, attratto dall’occulto, formidabile critico e orecchio assoluto.

Queste alcune delle caratteristiche emerse dalle tante biografie di Glenn Gould, leggendario pianista canadese, interprete raro e indimenticabile.

Classico bambino prodigio, a tre anni comincia a studiare pianoforte; mentre i compagni di scuola giocano a football e hockey, Glenn si dedica a Mendelssohn e Beethoven, districandosi tra una salute piuttosto cagionevole e una sensibilità che lo porta prestissimo a calcare palchi prestigiosi.

Nel gennaio 1955, a 23 anni, la Columbia gli offre un contratto – basandosi esclusivamente sull’unica esibizione alla Town Hall di New York – e comincia così una sfolgorante carriera concertistica con turnées negli Stati Uniti, in Europa, nell’Unione Sovietica come primo canadese a suonare per Mosca, una serie di album con interpretazioni agili e pulite dei classici (tra cui le famose Variazioni Goldberg di Bach), riconoscimenti dalla critica e adorazione dal pubblico.

Improvvisamente, dopo nove anni, l’annuncio del ritiro dalle scene concertistiche.

Nel 1964, con grande sgomento della scena musicale e degli affezionati, Glenn Gould decide di non comparire più in pubblico e di dedicarsi esclusivamente alla registrazione in studio.

Ma perché un uomo che si trovava all’apice della carriera, a cui venivano tributati massimi onori ed elogi, i cui concerti registravano sistematicamente il tutto esaurito, a cui si perdonavano eccentricità e stramberie in nome dell’assoluta purezza dell’interpretazione, decide di negarsi e incidere musica in studio?

Per i giornalisti e tutto il pubblico fu un duro colpo, se non altro perché Gould rappresentava ad ogni esibizione un’occasione per osservare un artista che si esprime in tutta la sua eccentricità: la famosa sedia con la quale si accompagnava ad ogni concerto era molto più bassa del normale, e Glenn suonava praticamente con il mento all’altezza della tastiera, “dal basso verso l’alto”; aveva un paranoico timore di influenze e raffreddori che lo induceva ad indossare sempre cappotto, sciarpa e guanti; si accompagnava sempre cantando ad alta voce (disse poi che questa sua mania lo aiutava a correggere il pianoforte, quando non riproduceva la musica esattamente come lui la pensava). Era insomma una sorta di fenomeno da baraccone, genio unanimemente riconosciuto ma anche divertissement, come confesserà egli stesso: “Durante i concerti mi sento umiliato, mi sembra di essere un artista del varietà”.

Così cominciava la vita ancora più solitaria del genio sensibile, intrattenendo rapporti umani quasi esclusivamente per telefono, lavorando tutta la notte e dormendo tutto il giorno, leggendo avidamente libri di filosofia e teologia pur non frequentando nessuna chiesa. Ne emersero oltre ottanta incisioni, lavori radiofonici e per la televisione, e numerosi scritti a compendio soprattutto del problema della riproduzione della musica su disco: con piglio assolutamente moderno esalterà la tecnologia, in grado di garantire la perfezione e l’anonimato, l’infinita riproducibilità;

“Ho fede nell’intrusione della tecnologia giacché, per essenza, questa intrusione impone all’arte una dimensione morale che trascende l’idea d’arte stessa.” Il pensiero del ritiro e dell’esclusivo valore delle registrazioni si può forse riassumere in una intervista in cui l’intervistato è anche l’intervistatore: “Glenn Gould parla di Glenn Gould con Glenn Gould”.

“Penso che all’artista […] si debba concedere il beneficio dell’anonimato. Occorre consentirgli di operare in segreto, senza che egli debba preoccuparsi, o meglio ancora rendersi conto, delle presunte esigenze del mercato, le quali esigenze, se accolte con sufficiente indifferenza da un numero sufficiente di artisti, finirebbero semplicemente con lo scomparire. E a questo punto l’artista si libererebbe dal suo malinteso senso di responsabilità “pubblica”, mentre il suo “pubblico” si affrancherebbe dalla propria soggezione servile.”

https://it.wikipedia.org/wiki/Glenn_Gould

GLENN GOULD A LIFE AND VARIATIONS/MYSTIC TALENT OVERFLOWED KEYBOARD

JOHN VON RHEIN Book Reviewer

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Glenn Gould believed ecstasy was the only proper quest of the artist. As John Peter Lee Roberts, a Canadian Broadcasting Corp. executive, observed in his eulogy for the Canadian pianist – who died in 1982 a few days after his 50th birthday – “When Gould performed . . . he stood outside himself in an ecstasy which brought together music, mind and what I can only describe as a reaching toward God.”

It was surely no accident that in the last decades of his life Gould withdrew completely from the concert hall so that he might eliminate all remaining distractions from that mystical, moral aspiring toward the divine. Did he feel, near the end, that he was inching closer to the elusive goal? His perpetually restless mind had already moved him to take up the conductor’s baton, and he was said to be contemplating a late career as a writer of historical novels.

Otto Friedrich, a senior editor for Time magazine, writes that his admiration for Gould began more than 25 years ago after a friend gave him a copy of the pianist’s first recording of the Bach “Goldberg Variations.” He undertook the writing of this first authorized biography with the blessing of the Gould estate, which allowed him to comb the vast Gould archive in Ottawa.

It is typical of the author’s exhaustive sense of detail that he discovers, amid the untold miles of taped interviews and the mountains of documents and note pads, a $10 check stub (the first fee Gould collected for playing the piano), the scarves and mufflers the pianist wore on even the hottest summer days and the insomniac Gould’s videotapes of “Mary Tyler Moore Show” reruns.

It was that astonishingly vital per formance of the “Goldbergs,” made when Gould was 23, that announced his singular gifts to the world and that began his lifelong love affair – some would say obsession – with the microphone. If the pianist had a talent that confounded ordinary explanations, Gould himself was unable, or unwilling, to account for it.

Friedrich traces the events of Gould’s relatively short career accurately enough, drawing heavily on concert and record reviews, familiar anecdotes and especially interviews with a large circle of friends, colleagues, associates and family members. He shows us the events that led to the pianist’s retirement from the stage in 1964 but devotes most of his book to Gould’s years of hermetic retreat, when his only contact with the outside world came through his music, writings and the phone.

Gould the reclusive eccentric, the pill-popping hypochondriac, the mystical philosopher-savant, the charismatic cult hero, the technological utopian – they are all here, drawn in sympathetic, sometimes adulatory detail. More elusive is Gould the musician.

Friedrich, who freely admits his lack of musical expertise, never really comes to terms with what made Gould the fiercely original artist he was. Nor does he examine at close hand the personal intensities in Gould’s playing that speak so powerfully to so many listeners via the impersonal medium of recordings. It’s as if, having attached the controversial-genius label on his hero, Friedrich feels absolved of further analytical responsibility.

As far as it chooses to go, “A Life and Variations” is an impressive piece of work and a valuable addition to the growing shelf of Gouldiana. But it’s far from the whole story.

* John von RheinVon Rhein reviews books for the Chicago Tribune.

Novel by Otto Friedrich

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